La storia della Reggia di Caserta, la “piccola Versailles”

La Reggia di Caserta è la residenza reale più grande al mondo, in termini di volumi; fa, quindi, strano parlarne come della “piccola Versailles” ma, in realtà, c’è un motivo ben specifico. Vanvitelli l’ha costruita proprio sul modello francese ma, sebbene le metrature, tra cemento e giardini, quasi coincidano, l’edificio italiano colleziona 1200 stanze, mentre quello d’oltralpe 700.

Ma andiamo per gradi: qual è la storia di questo gioiello, dichiarato Patrimonio dell’Umanità nel 1997 dall’UNESCO?

Desiderio dei Borbone

A guardarla oggi, la Reggia si estende, con i suoi giardini, per ettari ed ettari: un incanto soltanto restare ad ammirarla.

Eppure, se le cose fossero andate diversamente, lo spettacolo che ci ritroveremmo davanti potrebbe essere molto diverso: inizialmente, infatti, per la sua realizzazione era stato designato Nicola Salvi, progettista della Fontana di Trevi, che però si vide costretto a rinunciare per problemi di salute.

Questa residenza fu fortemente voluta dal Re di Napoli, Carlo di Borbone, con l’idea non solo di reggere il confronto con quella di Versailles, ma anche di ottenere una sede reale di grande rappresentanza. Nonostante si vociferò che il progetto dovesse ubicarsi a Napoli, il re pensò che l’entroterra campano potesse essere una soluzione ancora migliore, in quanto lontano dal mare e meglio protetto, quindi, da eventuali attacchi: ecco perché venne scelta Caserta, anche grazie al panorama mozzafiato e alla breve distanza dalla capitale del Regno.

Dopo il rifiuto di Salvi, venne contattato l’architetto Luigi Vanvitelli, a sua volta impegnato, in quel periodo, con lo Stato Pontificio: fortunatamente, Carlo di Borbone ottenne il permesso dal Papa di proseguire con l’ingaggio.

L’area scelta ed acquistata fu quella in cui sorgeva il palazzo cinquecentesco della nobile famiglia degli Acquaviva e venne esplicitamente richiesto che fosse sistemata anche l‘area urbana circostante, includendo l’approvvigionamento da un nuovo acquedotto (il Carolino). Il progetto iniziale era ancora più ambizioso di quello che possiamo visionare oggi: alcune torri angolari, la cupola e il vialone monumentale di 20 chilometri, che avrebbe dovuto unire l’area con la capitale, non furono mai realizzati.

La prima pietra fu posata il 20 gennaio 1752, nel corso di una solenne cerimonia con tanto di squadroni di cavalleggeri e dragoni che segnavano il perimetro dell’edificio, ma l’intera costruzione richiese parecchi anni e la partecipazione di collaboratori estremamente validi, scelti personalmente dallo stesso Vanvitelli. Nel frattempo, nel 1759, Carlo di Borbone salì al trono di Spagna, diventando Carlo III e lasciando Napoli.

Cominciò un periodo in cui si succedettero diversi sovrani, nel quale non solo si lavorò mossi da un entusiasmo decisamente inferiore rispetto a quello di partenza, ma anche in condizioni più precarie poiché, con il controllo dell’Algeria da parte dei francesi, diventò più difficile procurarsi manodopera economica. Nel 1773 morì anche lo stesso Vanvitelli, a cui succedette il figlio Carlo, architetto meno talentuoso, che non ebbe poche difficoltà a concludere questo ambizioso progetto.

Ogni sovrano comunque, come anche le relative mogli, dettero un contributo alle decorazioni della Reggia che, nel tempo, diventò così bella da affascinare ed ispirare anche lo scrittore Goethe quando, nel 1787, la visitò durante il suo Grand Tour in Italia.

Con la proclamazione della Repubblica Partenopea (1799) il palazzo venne espropriato alla famiglia reale e depredato di molti pezzi pregiati e mobili preziosi; tuttavia, in seguito, durante la Restaurazione, qualcosa si riuscì a recuperare.

Nel 1806, Napoleone conquistò il Regno di Napoli, concedendo la corona a suo fratello Giuseppe e mettendo in fuga la famiglia reale borbonica; nel 1808 venne conquistata la Spagna ed il re ne divenne sovrano: sul trono partenopeo arrivò Murat, che ebbe sempre particolare predilezione e riguardo per la residenza reale. Dopo il Congresso di Vienna (1815) venne restaurata la monarchia borbonica ed il palazzo reale acquistò anche la connotazione di residenza di caccia, ma non ci volle molto per piombare in un periodo di decadenza che durò fino all’Unità d’Italia (1861), periodo storico in cui la residenza venne utilizzata soltanto occasionalmente per alcuni membri di casa Savoia, fin quando Vittorio Emanuele III non la cedette allo Stato Italiano (1919).

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