Palazzo d’Avalos: l’antico opificio e carcere borbonico di Procida

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Le isole campane custodiscono da secoli storie e misteri affascinanti di nobili, artisti e prigionieri: racconti che si sono tramandati di generazione in generazione e che sono arrivati fino a noi anche grazie alle testimonianze conservate all’interno di edifici e ruderi che abitano ancora i loro territori.

Se Ischia ha il suo Castello Aragonese, Procida vede il suo skyline dominato da Palazzo d’Avalos, un’antica dimora che a lungo è rimasta nell’incuria e che, invece, negli ultimi anni è stata riscoperta e riqualificata, tant’è che oggi è visitabile e pronta a condividere i suoi segreti.

Un ex carcere a strapiombo sul mare

Si ritiene che Procida sia stata abitata sin da tempi molto remoti (XVI secolo circa): la sua storia è stata un susseguirsi si passaggi di mano, colonizzazioni e razzie (come quelle subite dai Vandali e dai Goti).

Sotto Carlo d’Asburgo, l’isola fu concessa in feudo alla famiglia d’Avalos e fu proprio in questo periodo che – per difendersi dalle incursioni barbariche e saracene – videro la luce le torri costiere e la seconda cinta muraria intorno al borgo Terra Murata, con cardine proprio il futuro Castello d’Avalos (1563).

Il borgo, un tempo, era accessibile solo dalla cosiddetta Spiaggia dell’Asino, dopo Punta Lingua, per cui la dimora reale divenne anche un importante collegamento che consentì lo sviluppo urbano dell’isola: fu proprio in questo periodo, infatti, che furono costruiti il Borgo della Corricella, il Convento di Santa Margherita Nuova e l’abbazia di San Michele.

Voluto dal Cardinale Innico d’Avalos e messo in opera dagli architetti Cavagna e Tortelli, il castello ha, nel tempo, cambiato più volte destinazione d’uso, passando da edificio signorile a Palazzo Reale dei Borbone, oltre che a residenza reale per la caccia (quando ancora non esistevano né la Reggia di Capodimonte né quella di Caserta), arrivando a diventare scuola militare – sempre per volere dei Borbone – e carcere del Regno e, infine, di Stato (con l’Unità d’Italia), grazie a successivi ampliamenti.

Ma non è tutto: Palazzo d’Avalos, infatti, ha ospitato in quegli anni anche un opificio, fortemente voluto dai gesuiti: erano proprio i detenuti a lavorare la canapa destinata a vari tipi di utilizzi e tutto è rimasto operativo fino al 1985, passando anche tra le mani dei patrioti italiani Cesare Rosaroll e Luigi Settembrini e per quelle dei principali capi del regime fascista, un secolo più tardi.

Arrivata la chiusura definitiva, nel 1988, cominciò un lungo periodo di abbandono e di incuria che è terminato soltanto nel 2013, quando il Comune acquisì l’edificio e gli spazi adiacenti, destinandoli ad importanti lavori di riqualifica e messa in sicurezza.

Oggi

Come accade in tanti luoghi che hanno vissuto la storia antica del Regno di Napoli e di tutte le vicissitudini antecedenti e successive, l’edificio – oggi, come abbiamo anticipato, visitabile – custodisce ancora piccole testimonianze dei tempi che furono, tra macchine da cucito, abiti e scarpe dismessi, polveri e ruggini posate su tantissimi reperti in grado di raccontare il quotidiano e gli ultimi giorni di vita di chi ha vissuto tra quelle mura.

Chi si concede il privilegio di visitarlo, potrà ammirare non solo l’intero palazzo, ma anche la Caserma delle Guardie, l’Edificio delle Celle Singole, il Padiglione delle Guardie, l’Edificio dei Veterani, la Medicheria, la Casa del Direttore e la cosiddetta Spianata, una tenuta agricola di circa 18mila metri quadri.

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